D – Che cosa hanno in comune alcuni abolizionisti e alcuni regolamentaristi? R – L’assenza di una radice femminista.

Broad-Museum-16-640x427     In questi giorni si è parlato di ciò che è accaduto a Bologna, dove la presentazione di un grande libro, scritto da una grande donna (qui a Roma l’anno scorso Stupro a pagamento), era stata annunciata con il patrocinio all’evento da parte del Comune di Bologna.  Tuttavia, poco dopo, lo stesso Comune di Bologna negava la concessione del patrocinio.

La motivazione addotta era che il libro in questione proponeva la scelta legislativa abolizionista, e che il Comune di Bologna non condivideva tale scelta. Potremmo anche dire che una tale presa di posizione non ci deve meravigliare.

Perché non ci deve meravigliare? Ma perché il Comune di Bologna non è amministrato da una giunta femminista, né vi sta eletto un Consiglio composto di cosigliere femministe: sono uomini, per lo più, come lo sono e lo erano le Giunte e i Consigli comunali di quelle città i cui sindaci hanno proposto in passato l’istituzione di zone destinate alla prostituzione. Un po’ di storia: non ci ricordiamo le zone a luci rosse proposte nel Comune Napoli? E qualche anno dopo, le zone a luci rosse di Roma?  E quelle di Milano? E’ vero che questi progetti si sono arenati, e talvolta per iniziativa di alcune donne, esterne o interne alle istituzioni, ma è anche vero che erano stati presentati, anche se in forma non compiuta. Dunque, perché mai cercare alleanze dove non ci possono essere?

Nelle città governate dagli uomini, il referente delle donne non può essere il governo degli uomini: quel governo degli uomini può essere l’interlocutore politico, con il quale contrattare, ma non può essere il patrono delle donne, né, tanto meno, di quelle donne che vogliono qualcosa di nuovo e di radicalmente diverso dai princìpi del governo degli uomini.

Sembra dunque che le donne cerchino alleati dove non possono essercene, là dove, semmai, potrebbero misurarsi non con alleati ma con interlocutori.

L’esperienza dimostra che anche quando le donne sembrano trovare alleati tra le istituzioni maschili, anche lì bisogna diffidare. Nell’ambito della lotta al sistema prostituente per mezzo dell’abolizionismo, talvolta, le donne pensano di trovare riscontro positivo in quegli ambienti dell’associazionismo cattolico che abbracciano con entusiasmo l’abolizionismo e, quindi, la causa di quelle donne che, essendo state in prostituzione, combattono contro il sistema prostituente e propongono la legislazione abolizionista come mezzo di contrasto (sul contenuto dell’abolizionismo: modello nordico ).

Ma poi, questa convergenza si dimostra solo superficiale. Essa è infatti il risultato di due percorsi diversi, che prendono inizio da due punti di partenza inconciliabili. L’evidenza ci balza agli occhi quando vediamo che quello stesso associazionismo cattolico che abbraccia l’abolizionismo, in nome del rispetto della persona umana e dei corpi delle donne, poi si professa antiabortista militante, nella forma cosiddetta “pro life” o pro vita, quando si tratta di riconoscere alle donne la personale ed esclusiva facoltà di scelta nella decisione di interrompere una gravidanza.

Perché ciò accade? Ciò accade perché la fonte di quell’abolizionismo “cattolico” non è la consapevolezza o il riconoscimento della libertà delle donne, non è la consapevolezza e il riconoscimento di un sistema di potere maschile che quella libertà nega alla radice, assegnando alle donne come “naturali” i due ruoli di corpo di servizio: corpo di servizio riproduttivo e corpo di servizio sessuale. Diventa facile allora, in assenza di questa consapevolezza/riconoscimento,  pretendere di contrastare il ruolo di servizio sessuale non in nome della libertà delle donne dagli assoggettamenti maschili di ogni tipo, ma in nome della sacralità del corpo femminile in quanto destinato, semmai, alla riproduzione.

Dovremmo riflettere, in quanto donne e femministe, su quanta distanza ci sia tra noi e chi parla della messa in atto della sessualità come “dono”. Dono o servizio, questa sessualtà, per i rappresentanti della cultura maschile, sempre oggetto di scambio ha da essere.

 

In entrambi i casi, c’è sempre l’assunzione del dato culturale esistente come dato naturale immodificabile: puoi scegliere se essere moglie e madre oppure prostituta, ed io ti suggerisco di essere moglie e madre, o tutt’al più suora, ma ciò perché il tuo corpo è sacro, e non perché tu sei sei titolare di te stessa.

Perché se fossi titolare di te stessa, in questi due o tre ruoli ti troveresti stretta, e cercheresti di scappare.

Se teniamo presente questa origine, cioè l’assunzione del dato culturale esistente come dato naturale immodificabile, possiamo riflettere pure su come sia facile, per altri ambienti dell’associazionismo cattolico, confluire nel filone “regolamentarista”.

Questa confluenza, dove tali ambienti si incontrano con il “compagno femminista liberista”, con le associazioni che patrocinano lo sfruttamento della prostituzione, con le ideologhe e gli ideologi della “scelta” ignoranti il contesto, il quale limita e influenza ogni scelta, si realizza grazie all’affluente che discende da quella fonte che chiameremo “cattolico realistica”; quel realismo cattolico che applica il principio plurimillenario del “male minore”, concetto che oggi si esprime con la formula della “limitazione del danno” e che si tinge di tutte le sfumature dell’umanitarismo cattolico, nella più attuale salsa della “libera scelta”.

Entrambe queste posizioni, l’abolizionismo sì, ma “pro life”, e l’umanitarismo sì, ma “regolamentarista”, sono al di qua della radice del femminismo, sono al di qua di quella radice che ha individuato nelle società costruite dagli uomini, e tenute in piedi dalle culture maschili, l’origine della subordinazione delle donne, l’origine del loro essere ordinate in funzione degli uomini, e costrette dentro ruoli pensati dagli uomini a loro proprio vantaggio.

Sembra facile, vero? Eppure, quando le donne incontrano certi compagni di strada, talvolta hanno difficoltà a riconoscere il loro vero volto. Eppure, semberebbe così facile diffidarne a prescindere: in fondo, sono uomini, vogliamo saggiare la loro moneta, dato che sempre scambi ci propongono?

 

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